“Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati” – Terza domenica di Pasqua, anno B

“Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 2,1-2).

C’è una parola che ritorna nelle tre letture di oggi, ed è la parola peccato. Sant’Agostino, in una definizione poi ripresa dal Catechismo, scrive che «il peccato è una parola, un atto o un desiderio contrari alla legge di Dio». Se infatti tornate con la memoria a quando eravate alle elementari, per prepararvi al sacramento della confessione le vostre catechiste saranno sicuramente partite da qui, dalle tavole della legge, dai dieci comandamenti. Che abbiamo tutti imparato come delle buone regole da rispettare. E in effetti uno dei modi in cui la Sacra Scrittura indica il peccato è proprio la trasgressione di una norma. «Padre, ho rubato il vino al sacrestano». «Atto contro il quinto comandamento: restituisci ciò che hai preso, e due Ave Marie».

Ma fare peccato vuol dire anche prendere una strada sbagliata, andare fuori pista deviando dal cammino. In questo senso, quelle tavole che Mosè riceve non sono tanto un insieme di regole calate dall’alto da un Dio contabile che gode nello spuntare la lista, ma quelle dieci parole, e potremmo dire anche tutta la Parola di Dio, sono come dei segnali stradali che il Signore ci pone sul nostro cammino per aiutarci a stare nella strada del bene, della beatitudine, a seguire la via della vita. Di più: a seguire Lui che è la via e la vita. Giovanni lo dice chiaro: chi osserva la Sua parola, in lui l’amore di Dio è perfetto.

Infine, la Bibbia ci ricorda che peccare è anche sbagliare il bersaglio, puntare la freccia nella direzione sbagliata. E qui davvero la questione si allarga se penso a quanto tempo, quante attenzioni, quante energie ho dedicato e speso su obiettivi inutili, su cose che poi si sono rivelate, queste sì, dei veri fantasmi, illusioni, per cui tanto mi sono affannato; e cosa resta alla fine?

Ma il peccato è solo una parte delle letture di oggi. C’è un’altra parola infatti che pure ritorna in tutte e tre le letture: Gesù. E non è una semplice coincidenza. È nel suo nome infatti che saranno predicati la conversione e il perdono dei peccati. Pensiamoci un attimo: gli uomini hanno sempre avuto coscienza che la loro obbedienza a Dio fosse imperfetta, e avevano trovato un modo per chiedere perdono per le loro azioni sbagliate, le loro parole inopportune, i loro desideri scentrati. Una volta all’anno, il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, la parte più sacra del tempio di Gerusalemme, che custodiva l’Arca dell’alleanza; lì erano conservate proprio le tavole della legge e da lì Dio parlava a Mosè: era insomma il luogo della presenza di Dio. Entrato, spargeva sul coperchio dell’arca, quindi in qualche modo su Dio, il sangue di una giovenca. Il sacrificio di quell’animale espiava, sostituiva, il sacrificio di tutti. L’idea quindi che pervade tale rito è che quel sangue assorbisse in sé tutti i peccati commessi dal popolo e venisse purificato dal contatto con la divinità. Di conseguenza, anche tutti gli uomini, che da esso erano rappresentati, venivano resi nuovamente puri. È passato tanto tempo, a noi oggi sembra una soluzione non così convincente: come può il sangue di tori e di capri eliminare il peccato degli uomini? L’evangelista Giovanni ci aiuta a rispondere: vi scrivo perché non pecchiate, ma se qualcuno pecca – eccoci qua – avete Gesù: è lui infatti la vittima di espiazione per i nostri peccati. E Paolo, scrivendo ai cristiani di Roma, lo chiama “strumento d’espiazione” traducendo così l’ebraico kapporet che era proprio il coperchio dell’Arca dell’alleanza. Ci stanno dicendo quindi che il luogo della presenza di Dio è Gesù, che Gesù è il Dio vivente e che in Lui si realizza quell’antico rito. Nel suo sangue sparso sulla croce egli assorbe tutto il peccato del mondo, quindi anche il nostro; il male, con tutta la sua ingiustizia, la sua sporcizia – anche la nostra – viene a contatto con Dio ma non lo sporca, perché l’amore infinito donato fino alla fine è più forte, e lo vince, lo annienta, lo purifica. Non ci credete? Perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Sono proprio io! Toccatemi e guardate.

I discepoli erano sconvolti e pieni di paura. «Sono io: guardate, toccatemi». Cosa significa credere alla resurrezione se non accettare che l’amore di Dio dissolve le nostre paure, che la sua grazia perdona i nostri peccati, che la sua pace ci rianima, la sua presenza ci rimette in piedi; una bella pacca sulla spalla e via: dai Davide, torna a fare quello che sai fare… Il punto è che forse noi ci crediamo troppo poco. Ogni volta che a Messa prendiamo il suo corpo Lui davvero ci trasforma, facendoci come Lui, e in quei secondi in cui ci fermiamo in ginocchio davanti al mistero, quasi increduli di un dono così grande, e gli chiediamo: «Sei davvero tu?» Lui prontamente ci risponde: «Sì, sono proprio io!»

Diceva un vecchio monaco che basta aver vissuto un po’ per sapere che la vita non la si gestisce, la vita la si riceve. Di questo allora noi siamo e dobbiamo essere testimoni: amati, amiamo. Probabilmente non facciamo né faremo niente di straordinario. Tante cose importanti sì, ma niente di straordinario. È Lui, che è straordinario. Noi, siamo qua. E Lui con noi. Non ci credete? Sono proprio io!

 

Davide, seminarista