“Fino a settanta volte sette” – XXIV domenica del tempo ordinario, anno A

“Fino a settanta volte sette”

La chiamata al perdono

A perdonare facciamo tutti fatica. Forse non per le questioni più semplici, come quando uno ci viene addosso per sbaglio o ci è importuno, ma quando gli sgarbi si fanno più significativi e personali, e sono colpevoli persone ben precise, magari molto vicine a noi. «Chiedimi tutto, ma non di perdonare mia sorella (o il vicino, il socio ecc.)! Me l’ha fatta troppo grossa! Non posso mandare giù le sue parole!». Una certa predisposizione a perdonare ce la portiamo dietro da casa, dagli esempi che abbiamo ricevuto, dalle esperienze che abbiamo vissuto.

Se mamma e papà sono stati misericordiosi con noi, probabilmente ci ritroviamo ad essere persone propense al perdono, se ce l’hanno più spesso negato, è facile che ci troviamo bloccati di fronte anche alla sola idea di perdonare.

Come Dio

La parabola narrata da Gesù ci fa intuire che non c’è nessun automatismo: non basta essere stati perdonati per saper perdonare. Così come non è detto che chi non lo è stato non riesca a farlo. Da come è impostato il racconto ci potevamo aspettare che il servo a cui era stato condonato quel debito enorme si sarebbe facilmente mosso a compassione del suo collega, e invece no! «Non volle», dice il testo, e ci riporta il suo comportamento durissimo e intransigente. Tutta la misericordia usata su di lui non gli ha toccato il cuore, non lo ha cambiato. Per perdonare c’è bisogno di volerlo. C’è bisogno di un piccolo atto di volontà personale: non possiamo pensare che venga sempre spontaneamente. Perdonare non è non sentire più alcun dolore, alcuna resistenza, come se non fosse successo niente. Perdonare è voler condonare, voler dare all’altro la possibilità di ricominciare, come Dio la dona continuamente a noi. Il volere da esercitare, dunque, è anzitutto quello di voler provare a fare come Dio, di sintonizzarsi al suo cuore, di imparare la sua compassione, di voler esercitare la sua arte di «lasciar andare», la sua capacità di «condonare i debiti».

Perché Dio ci tiene così tanto al perdono? Perché è strumento di salvezza. Perdonandoci Dio ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e ci ha fatti passare «dalle tenebre alla sua ammirabile luce». Perdonandoci noi rigeneriamo la nostra vita, le nostre relazioni, la nostra capacità di stare insieme. Lo si capisce bene nei rapporti di coppia, soprattutto tra marito e moglie: non è l’assenza di problemi a rendere più saldo il rapporto, ma è proprio il sapersi perdonare a vicenda che fa ripartire l’amore. Quando invece viene meno l’abitudine a chiedere scusa e a concedere il perdono, ecco che l’amore non rinasce e il rapporto si spegne.

Comunità generative

In questa giornata dedicata anche alla preghiera per il Seminario, mi piace collegare questa capacità generativa del perdono con il tema delle vocazioni. Oggi lamentiamo un po’ ovunque la scarsità di vocazioni, di tutti i tipi. Potremmo domandarci: non è che questo ha un po’ a che fare anche con la capacità, nelle nostre comunità cristiane, di perdonarsi?

Il tema del perdono è uno di quelli su cui rischiamo di rimanere molto lontani da ciò che il Signore desidera da noi. Rischiamo di fare dei discorsi molto belli sul perdono, sulla misericordia di Dio e sull’amore fraterno. Ma poi non hanno nessuna ricaduta sulla nostra pratica quotidiana. Personalmente, ricordo nitidamente alcune occasioni in cui, in gioventù, ho visto il mio parroco chiedere scusa e alcune persone riconciliarsi tra loro. Credo che queste testimonianze, unite ad un clima parrocchiale fatto di relazioni intense, genuine e improntate alla misericordia, non siano state ininfluenti sulla mia adesione a Cristo e alla vocazione al presbiterato che un giorno, poi, ho avvertito.

Mi piace pensare che parrocchie in cui si vive una cristiana capacità di perdonarsi possano essere, anche in questo nostro tempo, una fucina di vocazioni.

don Giovanni Molon,
padre spirituale del Seminario Maggiore